Bartleby lo scrivano

04

July

di Francesco Niccolini liberamente ispirato al racconto di Herman Melville

Regia Emanuele Gamba

con Leo Gullotta

«Chi non ha mai fallito in qualche campo, quell’uomo non può essere grande. Il fallimento è la vera prova della grandezza.» Herman Melville

Un ufficio. A Wall Street o in qualunque altra parte del mondo, poco cambia.
È una giornata qualunque nello studio di un avvocato, un uomo buono, gentile, così anonimo che non ne conosciamo nemmeno il nome. Ogni giorno scorre identico, noioso e paziente, secondo le regole di un moto perpetuo beatamente burocratico.
In questo ufficio popolato da una curiosa umanità – due impiegati che si odiano fra di loro e cercano di rubarsi l’un l’altro preziosi centimetri della scrivania che condividono, una segretaria civettuola che si fa corteggiare a turno da entrambi ma che spasima per il datore di lavoro, e una donna delle pulizie molto attiva e fin troppo invadente – un giorno, viene assunto un nuovo scrivano. Ed è come se in quell’ufficio sempre uguale a se stesso da chissà quanto tempo, fosse entrato un vento inatteso, che manda all’aria il senso normale delle cose e della vita…

Il silenzio inspiegabile di Bartleby ci turba e ci accompagna da un secolo e mezzo: perché sulla sua scrivania non batte mai il sole? da dove viene la sua divina povertà? perché non è possibile salvarlo? perché non vuole essere salvato? Abituati all’idea di sviluppo e crescita senza limite con la quale siamo cresciuti, Bartleby ci lascia spiazzati: in lui nessuna aspirazione alla grandezza, solo rinuncia. In barba ai vincenti, ai sorrisi a trentadue denti, agli eternamente promossi e ai trend di crescita. Come se lui, il povero Bartleby simbolo della divina povertà, portasse sulle sue spalle il lutto per le titaniche e deliranti ansie di vittoria ed espansione del nostro mondo. (Francesco Niccolini)
«Bartleby, per favore, vuoi essere un po’ ragionevole?»
«Avrei preferenza a non essere un po’ ragionevole.»